Preistoria

Le prime tracce della presenza umana nel territorio di Bardi risalgono al Paleolitico medio-superiore quando gruppi di cacciatori-raccoglitori frequentavano la zona per approvvigionarsi di diaspro e selce, materie prime per ricavare strumenti litici per la caccia, la lavorazione delle pelli e la raccolta dei prodotti spontanei.

Un esempio di questa antica frequentazione si trova nel M. Lama, quando nel 1999 scavi archeologici individuarono il limite di passaggio tra manufatti appartenenti all’Homo Sapiens Neanderthalensis e manufatti appartenenti all’Homo Sapiens Sapiens avvenuto circa 35.000 anni fa.

In generale i numerosi affioramenti di selce, contenute all’interno dei calcari a Calpionella, e di diaspro, presenti nel M. Lama, sono stati un punto di riferimento per l’approvvigionamento da parte dell’uomo della Preistoria.

La presenza umana è poi ben testimoniata per il Mesolitico, anche con prodotti in selce e quarzo; poco rappresentato il Neolitico mentre riappaiono numerose le testimonianze per l'Età del Bronzo, soprattutto con ceramiche.

I complessi ofiolitici dell’Appennino parmense e piacentino sono un territorio ricco di testimonianze storico-archeologiche che documentano la presenza dell'uomo in questi luoghi sin dalla preistoria. Decine e decine di siti documentano il continuo e sempre mutevole rapporto dell'uomo con il territorio raccontandoci di antichi cacciatori-raccoglitori, di agricoltori e pastori preistorici, di villaggi fortificati, di ville romane e di castelli, ovvero dei nostri antenati e della nostra storia.

I Liguri

In età pre-romana i territori erano abitati dal popolo dei “Liguri” come è testimoniato, tra l’altro, dalla presenza di numerosi e significativi toponimi ed in special modo dal dialetto che ancora vi si parla, ricco di vocaboli e suoni liguri.
Questi antichi abitatori della Valtaro e Valceno che, secondo Polibio, erano una diramazione dei Celti, vengono descritti da diversi storici romani (Tito Livio, Procopio, Strabone, Floro).
Di loro si è scritto che fossero tarchiati e muscolosi, che vivessero di agricoltura e pastorizia e si cibassero essenzialmente di latticini e carne. Usavano come bevanda una specie di birra ottenuta con orzo fermentato e abitavano in caverne o capanne in muratura di pietra a secco con tetti di paglia.
Vivevano in stato di semi-nomadicità e in battaglia erano molto abili e, pur non avendo né la forza né l’organizzazione dei Romani, tennero loro testa per decenni.
Nel combattimento ricorrevano spesso agli agguati: attaccavano di sorpresa per poi scomparire tra le folte boscaglie dei monti.

In genere, gli scrittori latini misero in cattiva luce i Liguri e li descrissero come sleali, scaltri e illetterati. “E’ più difficile scovarli che batterli”, scriveva uno storico.
La ragione di ciò va ricercata forse nel fatto che i Liguri seppero impegnare a fondo l’esercito romano, quell’esercito che già aveva domato gli altri popoli dell’Italia, cacciato i Cartaginesi dalla Sicilia, sparso il terrore fin sotto le mura di Cartagine, ma che ancora non riusciva a domare un popolo di montanari malamente armato di archi e fionde.
Tito Livio afferma che per assoggettarli se ne dovettero trapiantare cinquantamila nel Sannio. Numero che pare alquanto sproporzionato a fronte di quella che doveva essere la consistenza della popolazione dei Liguri.
Erano divisi in varie tribù e la loro resistenza, nella zona che ci riguarda, terminò nel 157 a.C.
E’ assai probabile che l’origine delle Comunalie, ossia l’utilizzo in comune della proprietà, risalga alle usanze di questo popolo presso il quale il godimento dei beni era comune e le popolazioni che erano seminomadi fruivano del bene terra nell’insieme della tribù.
Soltanto in epoca successiva, con la colonizzazione romana decisa assertrice della proprietà individuale, le tribù liguri, ormai domate e romanizzate, si stabilizzeranno in nuclei abitati e i terreni coltivati nelle immediate vicinanze delle abitazioni diventeranno proprietà dei singoli, mentre quelli più lontani, ed in specie i boschi fino ai crinali, continueranno ad essere goduti in comune dall’insieme della tribù. Ciò sembra trovare conferma in due importanti ritrovamenti epigrafici risalenti al periodo romano.

Da “Le comunalie: una storia di 20 secoli”, di Giacomo Bernardi

I castellieri, o castellari, sono fortificazioni costruite per scopi difensivi dalle popolazioni liguri, a partire dal XVI secolo a.C. Più di rado erano anche abitate: di solito costituivano un rifugio in caso di aggressione. Uno molto interessante si trova poco distante da Bardi, a "Città d'Umbrìa", vicino a Tosca nel Comune di Varsi.

 

Gli Arimanni

Per l'epoca Romana vi sono i segni di un popolamento sparso; vari resti di fornaci ed edifici di questo periodo sono stati rinvenuti nel territorio del comune.
Dopo un vuoto di secoli un gruppo di "arimanni", liberi guerrieri longobardi, si insedia nei boschi attorno alla grande roccia su cui sorgerà il castello, probabilmente verso il VII secolo; da loro prende il nome il luogo, "Silva Arimannorum", ed il villaggio nascente, "Bardi".
Ma l'etimologia del nome è controversa. «Bardi» infatti secondo la leggenda deriverebbe da «Bardus» o «Barrio», l'ultimo degli elefanti al seguito dell'esercito di Annibale che sarebbe morto qui durante la marcia verso Roma. In suo ricordo, Annibale avrebbe quindi deciso di fondare una colonia. Secondo la storia invece il toponimo «Bardi» deriverebbe dall'appellativo che contradistingueva la nobiltà longobarda - i cosiddetti Arimanni - un gruppo dei quali si stabilì qui attorno al 600 d.C.
 
La scheda di Wikipedia così descrive gli Arimanni:
Per arimanno (dal germanico heer - esercito mann - uomo) si intendeva ogni maschio adulto libero nelle antiche tribù germaniche. Il termine, etimologicamente, significherebbeuomo in armi e ciò testimonia il fatto che nelle antiche società germaniche libertà e diritto-dovere di portare le armi fossero due cose strettamente collegate. Quei popoli, infatti, dediti principalmente al saccheggio ed in prevalenza non stanziali, vedevano la guerra come un elemento aggregante del gruppo, un'attività che doveva riguardare tutti i membri a pieno titolo, senza esclusione alcuna. Chi non poteva portare le armi (come le donne ed i bambini), dunque, non aveva il diritto di godere della stessa dignità altrui.
L'arimanno copriva un gradino intermedio nella società germanica: sopra di lui c'era il re o il capo, mentre al di sotto c'erano gli schiavi, composti più che altro da prigionieri razziati durante le spedizioni di saccheggio estive. Questa organizzazione sociale fu mantenuta fino al contatto con quella latina avvenuto dopo la caduta dell'Impero Romano.
Con lo stanziamento dei germani e l'acquisizione da parte di questi popoli della tradizione latifondista romana, la figura dell'arimanno cominciò a perdere importanza: i contadini sottomessi divennnero la nuova classe servile, mentre i barbari, una sparuta minoranza, formarono una nuova aristocrazia. Così cominciò a formarsi la divisione tra pauperes e potentes tipica della società medievale.
Il feudalesimo franco fece scomparire progressivamente la figura dell'arimanno, i cui ultimi epigoni furono gli 
allodieri. Si può, tuttavia, notare una sorta di continuità tra il cavaliere medievale feudale e l'antico uomo libero germanico, entrambi detentori di un certo status dovuto alla stirpe ed alla vita guerriera.

Interessanti anche gli spunti provenienti da “Le comunalie: una storia di 20 secoli”, di Giacomo Bernardi
Le invasioni che seguirono la caduta dell’Impero Romano, si presume non abbiano modificato gli usi preesistenti, anzi con l’arrivo dei Longobardi è assai probabile che il principio della collettività fondiaria si sia ulteriormente consolidatotrovando rispondenza favorevole in quelle che erano le abitudini e le tradizioni dei popoli germanici. (...)
Consideravano il suolo come proprietà collettiva che apparteneva alla tribù, alla “fara”, mentre i singoli individui non ne avevano che il godimento temporaneo. Come tra tutti i popoli Germanici, l’ideale dell’uomo era quello della guerra e nei brevi intervalli la caccia. 
Il lavoro dei campi era invece ritenuto inadatto, quasi disonorevole. (...)
La dominazione longobarda influì più di ogni altra sull’evoluzione della società medioevale, 
incidendo in modo particolare sul territorio e non sulle città che essi evitavano.(...)
Nel primo medioevo grande incidenza, anche sotto l’aspetto economico, ebbero gli Enti ecclesiastici particolarmente ricchi e potenti nella nostra zona, cosicché intorno al mille il paesaggio cominciò ad animarsi della presenza sempre più fitta di chiese, oratori, monasteri, ospizi che avevano proprietà ovunque e intorno ai quali andavano formandosi nuclei abitati.
La necessità di lavorare i terreni spinse sempre più verso l’alto gli insediamenti e si andavano così  formando i primi nuclei rurali abitati, anche se 
il paesaggio rimaneva sempre dominato dalla vastità delle selve.
Questa ampia estensione, quasi del tutto incolta, era frequentata da cacciatori, boscaioli, pastori, pescatori che trovavano di che vivere, in queste immense proprietà comuni, in presenza di una economia ancora primitiva.
Ed invero, qui come altrove, la proprietà collettiva, ossia 
il godimento comune dei boschi e dei pascoli, ha rappresentato per lunghi secoli la fonte essenziale dei mezzi di sussistenza della gente di montagna.
 
 

Medioevo

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La chiusura del territorio verso Ia penetrazione degli interessi economici di chiese e monasteri nel suo interno, fino alla meta del secolo IX, è indice di lunga, gelosa conservazione di autonomia di vita e di costumi, e questo pur essendo completamente circondato dai possedimenti della Pieve di Varsi e da quelli dei monasteri di Bobbio, di Gravago, di quello pavese di S. Pietro in Ciel d’Oro e di altri ancora.

Arriviamo finalmente all'anno 898, regno dl Berengario I; una complicata e solenne formula giuridica sancisce I’acquisto, da parte del venerabile Everardo, vescovo di Piacenza, di meta della roccia sulla quale e costruito, "de moderno tempore", da poco, un castello.

Una sbiadita pergamena e il primo documento che ci da notizla della rocca dl Bardi, e contemporaneamente ci lascia lntravedere un periodo buio ed angoscioso della nostra storia; sono infatti le scorrerie degli Ungari che spingono il prelato a cercare un rifugio sicuro, ed in genere provocano il fenomeno dell'incastellamento.
Da questo momento la storia del borgo si identifica con quella della fortezza.
Una notevole penuria di documenti non ci permette per ora di conoscere con precisione ciò che accadde nei due secoli successivi, ma alla fine del Xll secolo il castello risulta appartenente ai "Conti di Bardi", una sorta di consorteria gentilizia che probabilmente discende dalle prime famiglie longobarde.

Nella seconda meta del XIII secolo emerge prepotente Ia figura di Ubertino Landi, Conte di Venafro, fondatore della potenza della casata.
lnizia un periodo confuso e tormentato, fino ed oltre la morte del selvaggio signore: nel 1255 il castello è distrutto dai Pallavicino, e subito ricostruito e fortificato, tanto che due anni dopo il Comune di Piacenza deve cedere ai Landi il dominio delle valli di Ceno e di Taro; per due volte Ia rocca viene espugnata, anche se con I’onore delle armi, nel 1270 e nel 1307, e nel 1313 I’esercito guelfo comandato dal Cavalcabò è sconfitto sotto le mura di Bardi.

 

La via degli Abati

(tratto da un testo di Elisa Delgrosso)

Un antico percorso, di gran lunga più antico della famosa Via Francigena, attraversa parte del territorio parmense, in particolare la zona appenninica.

Fra monasteri, castelli e antiche tracce di insediamenti altomedievali, la Via degli Abati si snoda in un percorso di circa 100 chilometri, per la gran parte immersa nella natura selvatica.

Il punto di partenza è Bobbio, che col suo monastero fondato nel 613 da San Colombano (...) e arriva direttamente a Pontremoli, (...).

Quindi questa Via, come è storicamente provato, fu l’arteria principale degli spostamenti almeno fino al X secolo, quando quel varco sparì come era comparso, decadendo pian piano per lasciare il posto alla Via Francigena, la Via medievale per eccellenza.

 

Per approfondimenti:

- Scheda Wikipedia;

- Sito ufficiale Via degli Abati

 

Età Moderna

Nel 1381 Gian Galeazzo Visconti riconobbe la signoria dei Landi che ottennero nel 1415 una completa autonomia.

Il castello, progettato inizialmente come presidio militare, venne successivamente ampliato e modificato per adattarsi alla funzione di capitale di un piccolo stato libero esteso a buona parte dell'alta Val Ceno e dell'alta Val Taro (corrispondente al territorio dei comuni di Albareto, Bardi, Bedonia, Borgotaro, Compiano, Tornolo e Varsi).

Nel 1429 Filippo Maria Visconti conquistò il castello, successivamente affidato al condottiero di ventura Niccolò Piccinino che lo tenne dal 1438 al 1448.

Nel 1448 ritornarono i Landi. Nel 1551 l'imperatore Carlo V eresse il feudo a marchesato e i Landi ottennero il diritto di battere moneta con una loro Zecca.

Agostino Landi fu nominato marchese di Bardi e principe di Borgotaro.
Ad Agostino successe Manfredo, morto improvvisamente in Spagna prima delle nozze con Giovanna di Aragona, a cui si deve l'impianto attuale del castello.

Dopo il marchese Claudio nel 1589 il castello passò a Don Federico, che istituì nel 1616 per diploma dell'Imperatore Mattia un collegio di notai in Bardi con la facoltà di concedere la Laurea di abilitazione e l'anello.
Il collegio venne abolito con le Leggi Napoleoniche nel 1805.
A Don Federico e a sua Figlia Polissena il castello deve una risistemazione complessiva del cortile, la costruzione del portico dell'Oratorio, la grande Sala dell'Armeria, la raccolta dei quadri e la Biblioteca.
A Polissena successe il figlio Dario, che nel 1682 cedette Bardi a Ranuccio I Farnese, duca di Parma.

La storia di Bardi seguì da quel momento la storia del Ducato di Parma.


Dalla scheda 
WIkipedia su Bardi

 

I LANDI E I FARNESE

 

Nel 1547 il conte Agostino fu tra i maggiori promotori della congiura che condusse all'uccisione del duca di Piacenza e di Parma Pier Luigi Farnese, il quale in precedenza lo aveva utilizzato in varie missioni diplomatiche a Venezia e a Genova, ma che d'altra parte aveva provocato il suo rancore occupando Borgotaro. I rapporti fra i Landi di questo ramo e i Farnese furono da allora definitivamente compromessi.

Ucciso il Farnese, il Landi esortò la cittadinanza di Piacenza a porsi sotto il dominio dell'imperatore Carlo V, che non cessò di proteggerlo quando egli dovette fuggire da Piacenza.

Dal sito del Castello di Rivalta

 

L'emigrazione

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Introduzioni delle autorità al libro “Gente che va, gente che resta, gente che torna” (Mostra sui migranti di Bardi e della Val Ceno, Bardi 2007)

Mamma mia dammi cento lire… che in America voglio andar…
Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito o anche cantato questo popolare motivo che raccoglie, in sintesi, i problemi, le ansie, le difficoltà di chi per scelta o, più spesso, per necessità doveva abbandonare la propria terra per un “nuovo” domani che poteva dire lavoro, ma anche sofferenza ed emarginazione.
L’Emigrazione Valcenese e Bardigiana in particolare, alla quale dobbiamo attenzione, rispetto e solidarietà, è stata per alcuni secoli, già dal governo di Federico II Landi, un fenomeno diffuso su tutta l’area comunale ed ha portato anche benessere.
Purtroppo quando l’esodo è diventato di massa ha depauperato il territorio e, come sempre accade, le forze più giovani o più culturalmente preparate hanno lasciato vuoti che sono ancora oggi incolmabili.
La richiesta di emigrare era forte al punto che la compagnia di navigazione “Italia” aveva un’agenzia a Bardi.Possiamo solo accennare al fatto che non sempre l’emigrazione era una scelta personale ma anche una costrizione voluta da organizzazioni che spesso hanno lucrato su coloro che erano in stato di bisogno.

Spesso si sente l’espressione: “cosa sarebbe stata Bardi senza Emigrazione?” ed ognuno risponde come ritiene di vedere le cose dal proprio punto di vista.
Diciamo la stessa frase così: “cosa sarebbe stata Bardi senza Emigrazione!” con il punto esclamativo ha un valore diverso. Proviamo a rifletterci.
Bardi è stata nei secoli Terra di Emigrazione, ma anche di Immigrazione; se valutiamo i cognomi ora esistenti a Bardi ci rendiamo conto di una “piccola invasione” avvenuta nei secoli XIX e XX, evidentemente Bardi dava anche lavoro.
L’umanità ha sempre avuto contraddizioni, mai però negazioni.

Pietro Tambini
Ex Sindaco di Bardi

L’emigrazione dai villaggi del nostro Appennino è storia antica e recente. Fino alla seconda metà del secolo scorso, molti abitanti del Bardigiano e del Valcenese sono sfuggiti alla miseria di una terra difficile emigrando in altri Paesi, soprattutto in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada.
Spesso non si trattava di una scelta facile, ma piuttosto della necessità irrinunciabile di cercare altrove il proprio futuro e quello della propria famiglia. Pochi facevano fortuna, molti andavano a fare mestieri umili, sopportando la fatica e la nostalgia per la terra d’origine, dove alcuni tornavano periodicamente e molti sognavano di rientrare, prima o poi.
Si tratta di un’esperienza che ha segnato la storia delle comunità della nostra montagna, per molto tempo penalizzata nel cammino verso la modernizzazione per l’asprezza delle condizioni ambientali e la scarsità di risorse. Ma provano anche l’intraprendenza e la tenacia della sua gente, lo spirito di adattamento e la laboriosità.

Queste testimonianze sono un doveroso omaggio alle generazioni passate, ma senz’altro parlano anche a quelle del presente e a quelle che verranno. Dicono di una fase cruciale della nostra storia, ma anche dei valori sui quali è possibile costruire il futuro della montagna. E ci ricordano, infine, che un tempo i migranti eravamo noi.

Vincenzo Bernazzoli
Ex Presidente Provincia Parma

48 BARDIGIANI MORTI NELLA TRAGEDIA DELL'ARANDORA STAR

Durante la seconda guerra mondiale, i Paesi di entrambi gli schieramenti applicarono l'internamento dei cittadini originari dei Paesi nemici per scongiurare lo spionaggio. La nave britannica Arandora Star quindi fu adattata a trasportare internati dell'Asse in Canada. Gli internati erano cittadini italiani, tedeschi e austriaci di sesso maschile, molti immigrati nelle Isole britanniche da decine di anni, tanto che molti avevano parenti, anche figli, che militavano nell'esercito britannico. A costoro vennero negati i diritti civili e politici, compresi quelli riconosciuti ai militari secondo la Convenzione di Ginevra. (...)

Il primo di luglio del 1940, la nave salpò da Liverpool senza alcuna scorta, sotto il comando di Edgar Wallace Moulton fece rotta per trasportare in un campo di prigionia canadese circa 1500 uominiEsclusi 86 prigionieri di guerra, gli altri uomini erano civili tra i 16 e i 75 anni. La nave fu sovraccaricata e non fu rispettato il rapporto massimo passeggeri per scialuppa. (...). Non esponeva segnali che potessero far identificare la sua funzione, come il simbolo della Croce Rossa (...).

Il 2 luglio 1940, a largo della costa nord-ovest dell'Irlanda, fu colpita da un siluro lanciato da un U-47 tedesco. (...). L'Arandora Star, senza più potenza motrice, affondò in trentacinque minuti. Persero la vita più di ottocento persone, 446 erano italiani).

 Dalla scheda di Wikipedia

 A Bardi è stata dedicata una via in memoria delle vittime, oltre che una cappella commemorativa nel cimitero locale. Inoltre, è presente un'associazione che da anni svolge un'importante lavoro di divulgazione e di relazioni internazionali per promuovere presso l'opinione pubblica la memoria di questa tragedia dimenticata.

Resistenza

Bardi e il suo territorio furono centro nevralgico della lotta partigiana; dopo l’8 settembre 1943 il paese venne immediatamente controllato da un presidio fascista sito nell’attuale palazzo del Municipio in piazza Vittoria.
Nonostante questo il movimento antifascista clandestino ne fece un centro di raccolta di armi e uomini per l’organizzazione della lotta armata e la costituzione dei primi distaccamenti partigiani.
Oltre all’odierna Trattoria Trieste, che divenne un punto di incontro e di smistamento dei “ribelli”, i giovani renitenti e i volontari che arrivavano a Bardi per entrare nelle file partigiane venivano accompagnati alla vecchia fabbrica di Vischeto, dove rimanevano in attesa di essere inquadrati in un distaccamento. Nei mesi successivi a Vischeto avrebbe avuto sede un campo di prigionia, dove i partigiani raccoglievano i militari catturati durante le loro azioni.
La sempre migliore organizzazione partigiana portò nello stesso mese di giugno 1944, alla liberazione di tutto il territorio. Il giorno 10 l’attacco sviluppato contemporaneamente sui presidi di Bardi e di Varsi portò i partigiani della 12a Brigata Garibaldi ad occupare i paesi; a Bardi la popolazione, convocata in piazza, elesse sindaco l’avvocato Giuseppe Lumia.
Dal 15 luglio però con l’operazione di rastrellamento Wallenstein ebbe inizio l’attacco alla zona controllata dai resistenti.
Non solo le rappresaglie successive sferrate contro gli abitanti del comune portarono alla fucilazione, tra il 16 e il 20 luglio 1944, di diciotto civili, ma le operazioni di rastrellamento posero di fatto fine ai territori liberi; tuttavia dopo che le truppe nazifasciste si ritirarono, lasciando una lunga scia di vittime e di villaggi distrutti, i partigiani riuscirono a riorganizzarsi e a controllare il territorio nuovamente, nonostante l’altro grande rastrellamento del gennaio 1945, continuando a combattere fino alla liberazione.

Le “Repubbliche” nei territori liberi
Un esempio tipico è quello della Val Ceno dove non si va molto oltre il presidio del territorio, malgrado, come si legge in un dattiloscritto dell'archivio del Clnai, "in ogni Comune siano stati nominati democraticamente un sindaco e un consiglio municipale". Le ragioni di questo fallimento si comprendono leggendo la relazione di un comandante partigiano della Garibaldi, relazione firmata semplicemente Ferrarini: "I sacrifici di lunghi mesi di montagna, la mancanza di una buona preparazione politica, l'eterogeneità delle forze, hanno reso un po' acri i rapporti tra i garibaldini e la popolazione civile. La povertà dei mezzi dei nostri patrioti, la scarsa sensibilità politica dei montanari della zona, la loro paura per un eventuale rastrellamento non hanno permesso una cordiale convivenza e quindi la liberazione si è trasformata in una vera occupazione"

Il 13 luglio 1944 La Nuova Italia, che nella sotto testata si definisce "Giornale del territorio libero del Taro", fa una constatazione indicativa: "Elementi iscritti e militanti tra le file del partito fascista repubblicano sono ancora nelle amministrazioni comunali della zona. Un provvedimento radicale per evidenti ragioni di necessità pratica non è stato opportuno attuare. Codesti signori sono rimasti ai loro posti solo per la magnanimità dei patrioti, non per altro". 



LA DIVISIONE "VAL CENO"

Comandante Ettore Cosenza “Trasibulo”, Commissario Luigi Leris “Gracco”, Capo di Stato Maggiore Mario Squeri “Battaglia”

31.a Brigata Garibaldi “Copelli”: Comandante Luigi Rastelli “Annibale”, Commissario Aldo Bernini “Maurizio”;

31.a Brigata Garibaldi “Forni”: Comandante Giorgio Lazzari “Effe”, Commissario Alfredo Corradi “Giuseppe”;

32.a Brigata Garibaldi “Monte Penna”: Comandante Alfredo Moglia “Bill”, Commissario Ottavio Braga “Rolando”;

135.a Brigata Garibaldi “Mario Betti”: Comandante Luigi Marchini “Dario”, Commissario Dino Tanzi “Gastone”;

78.a Brigata Sap: Comandante Annibale Ballarini “Bongiorno”, Commissario Marcello Pini “Gigetto”.


LA BATTAGLIA DI OSACCA


Un gruppo di giovani antifascisti di Casalmaggiore e Cremona diedero vita a Osacca, sin dall'ottobre del '43, ad un distaccamento di garibaldini intitolato a “Picelli”.
E a Natale il distaccamento ebbe il suo battesimo del fuoco, uno scontro vittorioso insieme alla popolazione del luogo contro reparti fascisti armati inviati nella zona per ripulirla dai "ribelli".
I fascisti, dopo ore di fuoco, furono costretti a ritirarsi con molti feriti.
Ma dopo l'entusiasmo del distaccamento partigiano e dei cittadini di Osacca per il successo ottenuto, iniziò anche un esame della situazione e delle difficoltà oggettive in cui veniva a trovarsi la piccola formazione in previsione di nuovi, più massicci attacchi di rappresaglia da parte dei fascisti contro cittadini inermi. La decisione presa fu quella di sciogliere il distaccamento.


IL MONUMENTO SULL S.P.28

Monumento in memoria di Giordano Cavestro, Raimondo Pellinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venosti, qui fucilati da elementi della brigata nera di Parma. Giordano Cavestro era uno studente di 18 anni, che da 3 faceva parte della rete clandestina del Partito Comunista e che aveva promosso il Fronte della Gioventù in provincia di Parma. Insieme ad altri 39 partigiani venne catturato il 7 aprile 1944 a Montagnana e con i suoi compagni fu condannato a morte, nonostante un forte movimento di opinione pubblica; tre di loro vennero fucilati a Monticelli Terme il giorno successivo a quello della condanna; gli altri vennero graziati; Cavestro ed i suoi quattro compagni, tenuti come ostaggi, furono fucilati per rappresaglia il 4 maggio 1944. Le ultime lettere di Giordano Cavestro ai compagni ed ai genitori sono state pubblicate nella raccolta di Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana. Alla sua memoria è stata decretata la medaglia d’oro al V.M.

Parma, 4-5-1944
Cari compagni, ora tocca a noi.                                                                
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d'Italia.                                                                                      
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.                                                                      
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.                              
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.                    
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.        
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

 

DARIO (Luigi Marchini)

 

Nasce a Sidolo di Bardi il 22 dicembre 1921. Terminati gli studi liceali, nel 1940 si iscrive alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Parma. Dopo pochi mesi è chiamato alle armi e inviato al Corso Allievi Ufficiali dove consegue il grado di sottotenente.

Nell'autunno del 1941 i militari studenti in medicina sono messi in congedo per dar loro la possibilità di proseguire gli studi: Marchini torna a Parma e ritrova Flaminio Musa; entrambi saranno presentati a Giuseppe Pellegri, che li mette in contatto con l'organizzazione clandestina.

Dopo ''8 settembre 1943 Marchini tenne i collegamenti tra la montagna e il P.C.I. clandestino e nell'aprile del '44 gli venne affidato il comando della 12a Brigata Garibaldi "Parma" (la sola allora esistente in territorio parmense), insieme a Flaminio Musa commissario politico: l'impulso è tale che il 10 giugno 1944 i reparti della 12a liberarono la Val Ceno; la prima nell'Italia del Nord ad essere proclamata "Zona Libera".

Nel dicembre 1944 la 12a è spostata in Val Parma: Marchini rientra in Val Ceno e costituisce la 13a Brigata Garibaldi, partecipando alla battaglia finale conosciuta come "Sacca di Fornovo".

Per la sua attività partigiana fu insignito di medaglia d'argento al valor militare.

Dopo la lotta partigiana si laurea e inizia l'attività professionale a Bardi. Il 28 ottobre 1947

nella chiesa di Monastero di Gravago si sposa. E nel settembre 1950 nasce la figlia Angela "Lina".

Nel 1960 si trasferisce a Parma, mantenendo la carica di consigliere comunale a Bardi sino al 1980. E' contemporaneamente eletto in Consiglio Provinciale come indipendente nella lista del P.C.I. e ricopre la carica di Assessore all'Agricoltura e Montagna: questo mandato si conclude nel 1975 quando è eletto consigliere regionale.

Nel 1972 si era sciolto il P.S.I.U.P. di cui era vicesegretario provinciale: aderisce pertanto al P.C.I. ed è eletto nel comitato federale. Muore improvvisamente il 19 settembre 1980 e viene sepolto nel piccolo cimitero di Sidolo.

 

Personaggi illustri

Agostino Landi (1500 c.a. - 1555)

Principe Agostino LandiSignore rinascimentale della dinastia dei Landi, ebbe un ruolo importante sia nella politica locale, in quella imperiale e fu grande fautore delle migliorie cinquecentesche del Castello di Bardi. Lo si ricorda per l'intensa storia d'amore con Giulia Landi. Il loro matrimonio di unione tra Landi di Bardi e Compiano diventò un legame strettissimo. Dapprima contrario, finanziò le opere religiose, scolastiche ed assistenziali di Margherita Antoniazzi anche grazie alla moglie Giulia. Primo Principe di Valditaro, si devono a lui i principali ampliamenti del castello tutt'ora visibili.


Federico Landi

Principe Federico LandiSuccessore di Agostino, fu il Principe "Don Federico", zio e formatore del Primo Principe di Monaco, Onorato II, abile politico, fautore di azioni per la valorizzazione commerciale, assistenziale di Bardi e del Principato, come l'istituzione della Fiera di San Bartolomeo nel 1599, l'istituzione del Monte di Pietà e di servizi cura e carità presso i Francescani. Ebbe l'onore di essere il primo grosso allevatore di Cavalli Bardigiani e fu Reggente di Monaco, giungendovi proprio con i progenitori dei nostri cavalli autoctoni.


Margherita Antoniazzi (1502 - 1565)

La Devota della CostaLa "Devota della Costa" Margherita Antoniazzi, era una contadinella che aveva lavorato sui monti liguri e che aveva poi fatto rientro nella natia Cantiga di Bardi. Da sempre propensa alla condivisione delle scarse risorse ed all'armonia con gli animali e la natura, Margherita dopo la peste e dopo il suo auto imposto isolamento per guarirne, decise di aiutare gli altri a guarire e riprendere la vita comunitaria. Si impegno' fisicamente, intellettualmente e spiritualmente per questo. Dopo intense esperienze mistiche, comunicò di voler costruire una chiesa ed un piccolo monastero. Si oppose il parroco ed Agostino Landi. Margherità sfidò il potere e convinse prima Giulia e poi Agostino Landi ad approvare i suoi piani. Riuscì nell'opera e con un gruppo di consorelle laiche, diede inizio ai lavori per la chiesa, il monastero e la scuola trovando operai volontari. La rete di Margherita forniva scolarizzazione, acqua,igiene, cibo e aiuti ai poveri. Cibo, materiali e denari erano raccolti dai volontari insieme ad una fidata cavalla Bardigiana. Margherita ancora oggi ha fedeli e pellegrini, diretti a venerarla nei suoi luoghi del cuore e 2 volte all'anno viene celebrata con messe e feste.


Pietro Cella (1851 - 1896)

Capitano Pietro CellaPietro Cella, di umili origini, fu la prima medaglia d'Oro al Valor Militare tra gli Alpini, corpo nel quale raggiunse il grado di Capitano. Impegnato nelle Guerre d'Africa di fine '800, il 29 dicembre 1895 assunse il comando della 4° Compagnia del Primo Battaglione Alpini d’Africa. Durante la Battaglia di Adua si sacrificò insieme al suo battaglione per difendere la ritirata delle Brigate Arimondi e Ellena. Questo sacrificio permise al Generale Oreste Baratieri e al suo stato maggiore di ripiegare e mettersi in salvo.  Il suo corpo risulta sepolto presso li Monumento ai Caduti di Daragonat (Etiopia).


Cardinale Antonio Samorè (1905 - 1983)

Cardinale Antonio SamorèFigura di spicco sia nella comunità Bardigiana che in quella Vaticanense, grazie ai brillanti livelli di carriera raggiunti. Fu nunzio apostolico e direttore degli Archivi Vaticani e per molti è stato vicino al divenire Papa. Nel 1979 fu nominato da Papa Giovanni Paolo II come suo rappresentante personale per dirimere le tensioni crescenti tra Cile e Argentina. Da qui fino alla sua morte, Samorè si adoperò strenuamente per raggiungere un accordo e riuscì a scongiurare il conflitto armato. Il suo ruolo nella vicenda fu fondamentale e, a memoria di questo, il passo principale che collega i due stati sudamericani attraverso le Ande porta il suo nome. A Bardi fu fautore della valorizzazione del Castello di Bardi nel secondo '900 e fondatore del Centro Studi Valceno, per la valorizzazione della storia locale che realizza libri, mostre ed ha dato contributo per la visita del Principe Alberto di Monaco a Bardi. A Samorè si devono la Scuola Materna e la Casa di Riposo. Viene ricordato con affetto sia a Bardi che in Lituania, così come in Cile e in Argentina.


Jules Rossi (1914 - 1968)

Jules RossiCiclista emigrato in Francia, originario della Val Lecca, precisamente di Tiglio. Divenne atleta nel campo ciclistico, distinguendosi in numerose competizioni, performance e gare. Simbolo degli emigrati italiani che riuscirono a guadagnare un ruolo di spicco in Francia.

 


Frank Berni (1903 - 2000)

Frank BerniFrank Berni emigrò da ragazzo nel Regno Unito e si fa ricordare oggi per essere stato un brillante imprenditore nel settore della ristorazione con una catena di ristoranti di ben 285 unità. Frank Berni ideò l'happy hour nei suoi locali e il famoso "burro proporzionato". Oltre alle capacità nella ristorazione, ebbe anche quelle benfiche, che forti del suo amore per Bardi, lo spinsero a donare molto per la sua comunità. Ancora oggi esiste la Fondazione Frank Berni che nella discrezione supporta la nostra comunità.


Vito Fumagalli (1938 - 1997)

Prof. Vito FumagalliIl professor Vito Fumagalli, è considerato tra i maggiori studiosi italiani sul medioevo. Insegnò all’Università di Bologna presso la facoltà di Lettere e Filosofia, e pubblicò numerosi volumi riguardanti la storia medioevale. Per Bardi ebbe un ruolo fondamentale nella divulgazione della storia locale, attraverso i suoi libri editi dal Centro Studi Valceno. Negli ultimi anni della sua vita fu anche eletto Deputato della Repubblica.